
Ubi veritas?
Quaeritur!
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(*)Il 20 maggio 1571 venne formata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana con l’ordine dei cavalieri di S. Stefano. La Lega era stata fermamente voluta da Pio V per contrastare l’avanzata islamica in Europa.
(**)Per la precisione 12 galee con insegne pontificie noleggiate presso Cosimo de' Medici montate da Cavalieri di Santo Stefano e soldati delle Marche e delle Romagne.
La sonata al Chiaro di Luna nella superba interpretazione di Arthur Rubinstein.
"Così tra questa immensità s'annega il pensier mio"
Avevo scelto questo titolo per un mio post sulle recenti teorie cosmologiche, poi una sensazione, un vaghissimo ricordo liceale, che c’era qualcosa di particolare in questa poesia, oltre le solite e scontate critiche letterarie. Così ho ricercato i manoscritti originali del Leopardi che qui riporto.
La prima stesura presenta delle correzioni in diversi punti.
La seconda, che dovrebbe essere quella definitiva, presenta una correzione solo sulla parola “immensità” cancellata e sovrascritta con “infinità.
La correzione autografa è ben visibile, sul penultimo endecasillabo in entrambi i manoscritti.Anche i poeti, possono ricredersi, è vero, ma lo strano è che la parola cancellata l’ “immensità” è quella che compare nella versione definitiva della poesia, come si può leggere nei libri. Escludendo un refuso del tipografo, almeno nelle edizioni successive alla prima che era il Nuovo Raccoglitore, deve esserci stato un intervento del poeta all’ultimo minuto. Perché? Non si tratta di metrica , poiché sia infinità sia immensità sono parole quadrisillabe ed ambedue tronche, non si può pensare ad una convenienza lirica: le parole sono entrambe importanti e “suonano”quasi alla stessa maniera. Nello "Zibaldone", sia la parola "infinità" che quella "immensità" compaiono diverse volte e quasi in egual numero, quindi entrambe, sono nel lessico abituale del poeta.
L’infinità e l’immensità, per quanto esprimano un concetto di “molto grande”, non implicano il concetto di infinito, quindi la differenza deve essere sottilissima.La mia personale interpretazione, del tutto opinabile, è che, forse, alla parola “infinità” il poeta da un significato di "molto grande", ma numerico lineare (ho un’infinità di cose da fare nel senso di numerose cose da fare), mentre con immensità intende un concetto spaziale che, Leopardi, ha ritenuto, alla fine, più consono al contesto. Il concetto di infinito, vero e proprio, viene invece, riservato all’Eterno, al tempo,(“le stagioni”), e al “pensier mio”.
Non ero molto entusiasta di questo post, quando ho dell’incertezze non mi sento soddisfatto, anche se scrivo per mio puro sollazzo. Si sono egoista e, non scrivendo per mestiere, posto quello che più mi aggrada e quando mi aggrada, ma non mi piace dire cose inesatte o sbagliate. Ciò premesso, se ho dei dubbi chiedo lumi a chi ritengo ne sappia più di me. Nel campo letterario ed artistico, ho avuto modo di apprezzare un amico di blog, persona veramente preparata e squisita, Josh, con cui ho una corrispondenza sia email sia di commenti sui post; a lui mi sono rivolto per sentire cosa ne pensasse in proposito. Per tutta risposta mi è arrivata una critica completa de ”L’infinito”, con paralleli con lo Zibaldone, nonché interpretazioni alla luce della filosofia leopardiana… potrei scrivere 10 post!!!
Su molte parole e versi abbiamo concordato rapidamente su altre, avendo preparazioni diverse, lui letteraria ed io scientifica, abbiamo discusso a lungo sul significato da attribuire loro, specie su “infinità” ed “immensità”, nel lessico leopardiano.
Sulla parola immensità siamo concordi che il L. intendesse un “infinito spazio -temporale”, che più si adatta ad inglobare tutti i concetti espressi nei versi precedenti, mentre per la parola “infinità”, anche alla luce di quanto scritto nello Zibaldone, io sostenevo che questa parola implicasse un infinito solo lineare:
"Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito, puoi vedere il mio idillio sull'infinito, e richiamar l'idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista di una certa lontananza non arrivi alla valle; e quella d'un filare d'alberi, il cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare o perch'esso pure sia posto in declivio,…..
Una fabbrica, una torre ecc. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l'orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l'indefinito ecc ecc (Zibaldone, 1430-31, 1 agosto 1821)
Sempre dallo Zibaldone, altri elementi fisici-percettivi che gli scatenano per contrasto l'idea di infinito/indefinito (come lo chiama qui)(Josh) "una fuga di camere o case, cioè una via lunghissima o dirittissima"
Ma forse, una spiegazione della scelta di “immensità”, può essere più semplice:
Josh,tra le altre cose, mi scrive:
“Alla fine, per l'edizione definitiva, Leopardi scelse per il penultimo verso "immensità" e non infinità, anche se momentaneamente aveva corretto così come ci mostri. Si tratta, direi anche io, di un intervento all'ultimo del poeta. Sono entrambe parole quadrisillabe e tronche quindi si esclude, come dici, il motivo metrico, il significato delle due parole sembra simile ma ha sfumature leggermente diverse nel lessico leopardiano. La scelta non è quantistica, né lirica, ma forse in minima parte dovuta ai termini filosofici, e di più direi io per evitare una ripetizione/assonanza. (con il titolo e con l’infinito silenzio di pochi versi sopra. ndr)(non suonano alla stessa maniera, in effetti)”
“Questo idillio sembra più alieno dalla filosofia, ma solo in apparenza. E' più libero di altri componimenti dall'intellettualismo, ma non ha all'origine né l'abbandono mistico, né un atteggiamento solo contemplativo: anche qui è chiaro lo sforzo leopardiano di superare i limiti imposti dalla Natura all'uomo.”
Mi dispiace, dover tralasciare il resto dello scritto di Josh, sicuramente molto interessante (e che mi godrò in privato), ma questo post voleva solo mettere in evidenza quella particolarità del penultimo verso.
Aldilà di ogni considerazione critica, io giudico sempre le opere d’arte in base all’emozione che sanno suscitare in me, indipendentemente dall’autore. Non vi è alcun dubbio che questa poesia mi avvince più di tante altre liriche.
Invitato da un blogger a fare un commento sul seguente passo del Leopardi:
«.....Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quella della umana, il fine dell’esistenza universale e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è né può essere altro che la felicità, e quindi il piacere suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente, in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e insomma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità né il piacere dei viventi, […] perché questa felicità è impossibile […]. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere né la felicità degli animali; piuttosto al contrario» [Z 4127-4129, 1825].
Ho voluto fare un commento un po’ fuori dagli schemi…. Provate a leggere il Leopardi con il sottofondo della pastorale di Beethoven e fate attenzione ai suoi movimenti , soprattutto agli ultimi tre. La sesta sinfonia è un inno alla natura, dalla gioia del festoso incontro dei contadini, alla paura del temporale e, dopo la tempesta , come ringraziamento, il canto pastorale. Un’immagine ideale della natura, tradotta in sensazioni ed integrata dalla presenza dell’uomo, in una splendida miscellanea di suoni e colori. I contadini,interrompendo le danze, conosceranno la natura come forza funesta ,il temporale,mentre nel canto pastorale s’instaura un’armonia arcadica tra l’uomo e la natura stessa.E’ l’antica dicotomia tra vita e morte, tra gioia e dolore , per Beethoven è trionfante la gioia ,in Leopardi lo è il dolore.
Premessa
L'anno scorso, quasi di questi tempi, scrissi questo piccolo post per mio ricordo e senza pretese letterarie. Ha avuto un successo impensabile più di 600 visite nei primi 2 giorni, tanto che decidemmo con l'Associazione Lupi di Toscana di Firenze di aprire un apposito blog, dopo neanche un anno le visite al blog, che nel frattempo è stato arricchito con foto, filmati e articoli, hanno superato la cifra di 22.000, che visto la particolarità dell'argomento, mi sembra un buon risultato. Aldilà dei numeri quello che più è commovente vedere quanti "lupi" sono intervenuti e quanti mi hanno mandato foto e filmati da pubblicare. Pensate che la stragrande maggioranza sono ragazzi di leva.........tutti uniti nel ricordo e nell'orgoglio di essere stati nei "Lupi di Toscana".
http://78lupiditoscana.wordpress.com/
Dopo 146 anni di storia il glorioso 78° Reggimento “Lupi di Toscana”verrà sciolto.
Il 31/03/08 Verrà sancita la fine operativa del reggimento.
Uno dei più gloriosi dell’Esercito italiano con la Bandiera decorata con l’ordine militare d’ Italia, una medaglia d’oro, due medaglie d’ argento al valor militare, una medaglia d’argento al valor civile, due attestati di pubblica benemerenza al valor civile e decine di medaglie al valore per imprese eroiche di singoli fanti. Nel novembre 1916 in località Veliki- Faiti il reggimento si coprì di gloria e viene decorato con medaglia d’oro. Nella motivazione della medaglia si legge:” il nemico, sbigottito dall’eroismo dei fanti del 78° gridò “ Ma questi non sono uomini, sono lupi “.
Da allora i soldati del 78° reggimento, ai miei tempi di stanza a Firenze e Livorno, portano sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo.
“LUPI”
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Marina di Pisa, una località un po’ particolare, molto in voga nell’ 800 e primi ‘900, è intrisa di ricordi poetici e storici .
Da Pisa ci si arriva percorrendo, lungo il fiume, il viale D’Annunzio, dopo pochi chilometri si giunge alla foce dell’Arno, citata da un non benevolo Dante, che da buon fiorentino era nemico dei pisani:
“….muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!...”
(inf.XXXIII)
Non è proprio la stessa foce di oggi perché, a quei tempi, era spostata più ad est, verso la città, ma il concetto è chiaro, anzi chiarissimo.
Qui nel 1860, Garibaldi fece scalo per imbarcare i volontari toscani che parteciparono alla Spedizione dei Mille ed in questo luogo è stato posto, a ricordo, un piccolo obelisco.
E così D’annunzio:
“O Marina di Pisa, quando folgora
il solleone!
Le lodolette cantan su le pratora
di San Rossore
e le cicale cantano su i platani
d'Arno a tenzone.
Come l'Estate porta l'oro in bocca,
l'Arno porta il silenzio alla sua foce. ….”
(Tenzone dall’Alcyone)
I primi versi del' Alcyone sono riportati su uno scoglio accanto alla terrazza che si affaccia sul mare e che prende il nome dal Poeta.
Seduti al tavolino di un piccolo bar, ubicato lì nei pressi, si possono intravedere le torri delle secche della Meloria, dove fu combattuta la famosa battaglia tra genovesi e pisani nel 1284.
Mi aggrada andare in questo bar, specie d’inverno e nei giorni feriali, lungi dalla calca estiva o domenicale, urlante e becera, che vede, in questo luogo, solo un posto dove fare il bagno e prendere la tintarella gratis.
I tavolini tutti vuoti finalmente! Così, nel tardo pomeriggio, pressoché solo, davanti ad una bibita e con un libro aperto, guardo il mare ed il tramonto con le sue luci cangianti e con i suoi colori inimmaginabili.
Il disco solare, scendendo verso l’illusoria linea dell’orizzonte, perde la sua forza abbagliante e, finalmente, lo possiamo ammirare in tutta la sua maestosità: il dio Atum Ra sta per tramontare.
Mi sento partecipe di questo quadro naturale, che solo pochi pittori riescono riprodurre, adeguatamente, su tela.
La mia parte irrazionale sta veleggiando verso siti di quiete interiore, quando la mia vocetta razionale, beffardamente, mi ricorda che, data la distanza terra sole e considerando la velocità della luce tu credi di vedere il sole, ma è già tramontato da otto minuti e trenta secondi circa. Mi automando a quel paese, ma ormai l’incantesimo è rotto.
Altri pensieri s’affacciano, io stavo guardando un’immagine, dietro l’immagine il nulla. Un insieme di fotoni immateriali, che viaggiando a una velocità pazzesca, s’infrangono sulla terra.
Stavo guardando il nulla ed il mio spirito gioiva nel guardarlo, ammiravo una falsa immagine!
Quante altre false immagini ci sono nella vita?
Anna, Lina, Enrico e Marcello, quattro liceali all’esame di maturità.
Dopo cinque anni di duro Liceo arrivò il giorno degli esami finali: la tanto temuta maturità.
Non era un esame da poco, sei scritti e nove orali ed in più dovevano essere preparati sul programma degli ultimi tre anni, in pratica su tutto quello che avevano studiato.
In quinta erano rimasti in dodici e tutti molto affiatati, ma i quattro, che sedevano due al primo banco e due al secondo, avevano cementato una solida amicizia, tanto solida, che il professore di lettere affibbiò loro il nomignolo di società del “mutuo soccorso”. Infatti se uno di loro si trovava in difficoltà, su qualche argomento, prontamente scattava,da parte degli altri, un aiuto sotto forma di suggerimento.
Finite le lezioni, prepararono gli esami insieme, ospitandosi a turno nelle rispettive case e così, per un mese, mentre gli altri erano al mare, si sacrificarono in maniera disumana.
Lina era, sicuramente, la più dotata del gruppo, una formidabile latinista: la migliore di tutta la scuola. Per fortuna che c’era lei, la versione di latino era un brano difficile, ma con pochi suggerimenti, ben dati, mise tutti in grado di fare una buona traduzione.
Arrivò il giorno atteso e temuto: quello dell’esposizione dei quadri con i risultati; con comprensibile timore e con il cuore che pulsava al massimo, si accinsero a leggere la sentenza.
Un urlo, più di liberazione che di gioia: tutti e quattro promossi! Un ottimo risultato, erano i tempi in cui se zoppicavi in una materia, ti rimandavano a settembre e se eri deficitario in tre, ti facevano ripetere l’anno senza tanti complimenti.
La sera stessa Enrico chiamò Marcello e tutto eccitato gli disse: sai papà, per premio, ci offre a tutti una serata alla Bussola, quando c’è Mina, macchina ed autista; telefona a Lina che io chiamo Anna.
All’epoca, la Bussola delle Focette in Versilia, era il locale più “in” d’Italia, arrivarci con tanto di macchina con autista ed in abito da sera, era certamente un evento memorabile.
Lina non aveva il telefono, così chiamò la zia, che abitava accanto e che faceva la sarta, pregandola di farla venire all’apparecchio. Ciao Lina, e tutto d’un fiato disse: il papà di Enrico ci offre una serata alla Bussola, quando c’è Mina! Dopo un attimo di silenzio: sai non so se il mio babbo mi ci manda e soggiunse un po’ mestamente, poi non saprei cosa mettermi.
Sarebbe voluto sprofondare e mentalmente si dette dello stupido, nell’ euforia del momento non aveva pensato, che la sua famiglia l’aveva fatta studiare con grandi sacrifici e che comprare un abito da sera con tutti gli accessori, era una spesa che non si sentiva di chiedere in casa.
In un attimo gli passarono per la mente i cinque anni di liceo, gli esami fatti insieme, gli aiuti che generosamente gli aveva dato e si disse che questa volta il “mutuo soccorso” doveva funzionare anche fuori della scuola: costi quello che costi.
Senti: pensa a convincere il babbo per il resto non ti preoccupare, in qualche maniera faremo.
Chiamò Anna, Enrico aveva già messo molto, per cui era una questione che dovevano sbrigare loro due, le spiegò la situazione ed anche lei convenne che Lina doveva venire in tutte le maniere con loro.
Potrei darle un mio vestito, ma andrebbe rifatto tutto lei è molto minuta; visto che non ci arrivava da sola, Marcello, scandendo bene il suo cognome, disse: nei tuoi negozi avete migliaia di metri di stoffa, non fare la tirchia! Il messaggio era chiarissimo, tanto che rispose tra il risentito e lo scherzoso: non vorrai alludere al fatto che sono ebrea vero? No, solo che sei molto oculata nelle spese… Datti da fare e non lesinare sui centimetri, ricordati che deve essere un abito lungo. In cinque anni non l’aveva mai sentita dire una parolaccia, evidentemente in tutte le cose c’è sempre una prima volta……
Rimanevano da trovare una collana, la borsetta e le scarpe. Per la collana, non c’erano problemi la sorellina di Marcello aveva ereditato dalla nonna alcuni gioielli ed essendo troppo giovane, aveva ampiamente sottovalutato il loro valore e li avrebbe prestati facilmente; aveva anche una borsetta in lamè d’argento, ma a quella teneva moltissimo. Cara sorellina! Che cosa vuoi, fu la sua sospettosa risposta; ecco…mi dovresti fare un favore….dovresti prestare a Lina una collana e …e la tua borsetta da sera. Ah! per andare alla Bussola? Bene bene bene, pensò: il caro fratello ha bisogno di me.
Sai anch’io dovrei andare ad una festa, ma babbo, da sola, non mi ci manda….se….però mi accompagnassi tu…cambierebbe idea. Non era proprio un ricatto, ma gli assomigliava molto….
Alla fine giunsero ad un’equa transazione: una parure di perle, un braccialetto d’argento e la borsetta di lamé; in cambio l’avrebbe accompagnata alla festa, sarebbe tornato a riprenderla, pur rassicurando il loro padre che sarebbe rimasto tutto il tempo con lei.
Ora rimanevano le scarpe. Aveva racimolato qualche soldo dagli zii per la promozione e decise di sacrificarli in questa operazione; presa la borsetta andò nel negozio in cui erano soliti servirsi in famiglia, pensando che uno sconto glielo avrebbero fatto.
Ciao Marcello, lo salutò il proprietario del negozio, li vuoi un bel paio di mocassini estivi?….sono appena arrivati. No voglio un paio di sandali con il tacco alto e, tirando fuori la borsetta, di questo colore. Sandali? Borsetta? E ridendo: ma guarda che strano effetto ti hanno fatto gli esami di maturità…. Beh gli dovette spiegare per filo e per segno tutta la storia e fu un bene.
Prese un paio di sandali: ecco questi dovrebbero andare bene, sono i più belli che abbia in negozio. Per essere belli erano belli, anzi bellissimi, ma, avevano un grosso difetto, costavano tre volte quello che poteva spendere, anche chiedendo uno sconto, erano sempre fuori portata. Un po’ imbarazzato gli disse: te li pago una parte subito e una parte un po’ alla volta. Sul momento rimase in silenzio, fece un bel pacchetto e, mentre glielo consegnava, bofonchiò: io a queste condizioni non vendo. Prendi i sandali e vai. Ciao.
Era stato molto generoso, il fatto che Marcello, Enrico ed Anna, con le rispettive famiglie, fossero suoi clienti avrà anche influito, ma sicuramente non era stato obbligato a farlo.
Squillò il telefono e con voce gelida Anna annunciò: Marcello, ho la stoffa, passami a prendere che la portiamo alla zia di Lina. Il tono non ammetteva repliche, se l’era presa a male per quello che le aveva detto prima.
Lina e sua zia abitavano nel quartiere livornese chiamato Venezia, la parte più antica della città, un susseguirsi di ponti e canali con i caratteristici scali.
La sua costruzione risale alla fine del ‘500
Negli anni ’60 erano ancora ben visibili i pesanti segni lasciati dall’ultima guerra, molti i palazzi distrutti e quelli danneggiati rattoppati alla meglio. Proprio in uno di questi abitava la famiglia di Lina e, mentre attendevano che sua zia aprisse la porta, Marcello chiese ad Anna di che colore fosse la stoffa. Turchese. Turchese? Sarà uno scampolo che avevano in negozio, pensò.
Lei intuì cosa gli passasse per la testa e soggiunse: ”Non dire ad alta voce quello che stai pensando perché, altrimenti, la nostra amicizia finisce qui”.
Alla vista della stoffa la zia, che facendo la sarta di tessuti se ne intendeva, esclamo: è di seta! Il turchese è il colore di moda! Mostrandoci una rivista, disse lo faccio uguale a questo, verrà un bellissimo vestito!
Marcello non ebbe bisogno di leggere nel pensiero di Anna, quello che gli voleva dire l’aveva ben stampato a chiare lettere sul volto: ”hai visto, cretino”
In effetti aveva fatto le cose in grande, un tessuto molto costoso ed aveva, persino, aggiunto una bottiglietta di smalto per unghie madreperlato. Le scuse furono doverose.
Marcello si attendeva qualcosa dai suoi ma, come al solito gli avrebbero fatto un “inutile” regalo “utile”, questa volta si sbagliò: ricevette una congrua cifra di denaro.
La sera dell’uscita, in casa di Lina c’era un certo fermento, gli ultimi ritocchi al trucco ed ai capelli, la zia che le sistemava il vestito, un andirivieni di amiche e parenti; tutti avevano qualcosa da dire e da suggerire. Finalmente scese, a tutte le finestre del palazzo c’era gente a guardare e a commentare ma, i più bei commenti furono quelli della sua nonna: “ oh mamma ! come è bella la mi’ Lina! E quella macchina è più lunga del “filobusse”! E poi quei du’ ragazzi vestiti come pinguini del parterre (lo zoo)…ma “un è mi’a ‘arnevale…”. Zitta nonna, quello è l’abito da sera per gli uomini…. Ah, se lo dici tu … rispose non convinta, “Deh!sarà…ma a me mi sembrano pinguini”.
Anche Enrico aveva fatto le cose in grande: tavolo per quattro in prima fila, proprio vicino al palco, dove si sarebbe esibita Mina.
Venne il cameriere a prendere le ordinazioni e Marcello anticipando tutti, con una certa nonchalance ordinò: “ci porti una bottiglia di champagne e che sia Dom Perignon”. Erano i tempi in cui James Bond furoreggiava in tutti i cinema ed era il mito dei ragazzi di allora.
Si era appena allontanato il cameriere che i tre in coro gli dissero: “ma che sei impazzito!” Piatti e bicchieri per tutto il resto dell’estate te li lavi da solo!
Ragazzi ricapitoliamo il tutto. Abbiamo fatto un’ entrèe hollywoodiana, siamo arrivati con una macchina uguale a quella del presidente della repubblica, con tanto di autista in livrea, voi ragazze siete in abito da sera e noi in smoking, cioè come pinguini per dirla come tua nonna, i paparazzi fuori, non sapendo chi fossimo, nel dubbio ci hanno fatto anche le foto, siamo seduti in prima fila nel locale più famoso d’Italia per ascoltare Mina… e che volevate ordinare? una Coca Cola con quattro cannucce? Il ragionamento non faceva una grinza ma, dovette mostrare loro il portafoglio ben rifornito per tranquillizzarli, poi la voce squillante di Mina riempi di allegria e spensieratezza il locale.
Fu l’ultimo intervento del ”mutuo soccorso”, dopo pochi mesi la “società” si sciolse tristemente. Un male incurabile aveva reciso la giovane vita di Lina e la loro sincera amicizia, offuscando, per sempre, con il dolore, i più bei ricordi di quegli anni giovanili.
cenni storici su Livorno e sul sito internet
http://italia-l.vps.it/livorno/storia_di_livorno/storia_di_livorno-6-14-38-i.html si può leggere, tra l’altro:
“…. Il cuore di Livorno è detto anche Venezia Nuova ed è ancora simile al progetto originale di Bernardo Buontalenti, affinché rispondesse alle esigenze di una “città ideale”. Elemento primario del progetto è l’acqua, che attraverso i suoi fossati circonda Livorno, che tanto ricordano la città di Venezia. Furono proprio maestranze veneziane, infatti a costruire questo quartiere. Da non perdere è lo spettacolo che si gode dal battello che fa il giro guidato dei fossi, l’ingegnosa rete di canali che attraversa l’antico e pittoresco quartiere del centro storico costruito, come la città di San Marco, sull’acqua. Tra le variopinte imbarcazioni ormeggiate lungo i canali, si giunge, camminando, sino al porto Mediceo, non prima però di aver scorto la mole imponente della Fortezza Vecchia. Canali, fortezze, piazze aperte al libeccio: Livorno deve tutto ai Medici…..”