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giovedì 19 marzo 2009

Anni ’80. Dalla Versilia al golfo di Baratti sulla costa degli Etruschi.


              Il dualismo della vita, oscillante tra gli arché del bene e del male, tra vette agognanti il cielo e terribili deserti, tra dotta conoscenza e luoghi comuni, tra spirito e materia, tra poesia e prosa, tra razionale ed irrazionale, ha tracciato, in questi mari, con mano tremolante, la rotta dell’incerto navigare dell’esistenza. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, quando il corpo biologico riesce ad esprimere, nella sua interezza, la spavalda volontà di potenza della mente, un manager, superrazionale, supertecnologico, assertore del tutto previsto e calcolato, un meccanismo praticamente perfetto, è convinto di eludere questa tentennante logica manichea.
Versilia

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Un lavoro durissimo per cinque giorni alla settimana, poi due giorni di relax, nei quali concentrare tutta la sua vita privata di scapolo impenitente.

Non gli era oltremodo difficile trovare, per il fine settimana, qualche ragazza disposta a viaggiare in macchina sportiva, ad andare nei migliori alberghi, nei ristoranti ai primi posti della guida Veronelli e nei più famosi locali notturni, una vita che, allora, gli sembrava il massimo.

            Una volta gli andò buca, non che gliene fosse importato più di tanto, ma fu il giorno in cui crollò il mito del superuomo e si decise il suo futuro per sempre.

          Voleva mettere in atto il piano B, ossia cena frugale in casa, con grande sollievo per il suo fegato, musica classica e sprofondarsi nella sua poltrona preferita con un buon libro, quando incontrò un amico che, nel vederlo, non riuscì a nascondere un sorriso ironico. Se sei qui vuol dire che, stasera, non hai niente da fare, dammi una mano, viene la mia ragazza, ma con un’amica allora capisci…. Gli ricordò, maliziosamente, alcuni suoi favori e non poté rifiutare.


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Nella luce soffusa, di un piccolo ed esclusivo pianobar di un lussuoso hotel, affacciato sul mare, le note di “September morn” si diffondevano languide e un po’ melanconiche in un’atmosfera ideale per innamorati. Volgendo lo sguardo vide l’amico con le due ragazze. Bionda, capelli lunghi, fluenti sulle spalle, un bel viso con un sorriso un po’ enigmatico, un’eleganza sobria, non appariscente, un’ottima cultura ed educazione, promettevano una piacevole serata.
Conversarono a lungo, ma avvertiva in lei un certo distacco nei suoi confronti, tanto che il saluto finale fu un quasi glaciale ciao.
          Nei giorni a seguire si sorprese, sempre più spesso, a pensare a lei, finché decise di rivederla, ma come fare? Non avrebbe accettato, da lui, un invito per una cenetta tête à tête, gli aveva, con una scusa, perfino rifiutato il suo numero telefonico.
                 Erano alcuni anni che non organizzava una festa, così comunicò la sua intenzione, alla “tata”, una cara signora, che l’aveva visto da piccolo e che continuava a curare la casa, anche dopo la scomparsa dei suoi genitori. 
                  
            Lo guardò e sorrise. Una ragazza vero?… Era l’ora che tu mettessi la testa a posto, soggiunse.

           Era un’artista per queste cose ed organizzò un cena perfetta, apparecchiando la tavola in maniera superba. Ogni dettaglio era stato curato nei minimi particolari. Per segnaposto le signore avevano una rosa tea gialla, ma per lei una rosa rossa.
Avendo capito il genere di musica che le piaceva, registrò un nastro ad hoc, insomma tutto previsto e calcolato, come sua abitudine. Così almeno credeva e con l’animo diviso fra timore e speranza, si apprestò a ricevere gli invitati.

           La festa riuscì bene, anzi benissimo, per gli amici, mangiare e bere a sbafo fa sempre piacere e mette di buonumore. Due non si divertirono: lei e lui. Nonostante la bella musica e l’allegria degli amici, non riuscì a rompere il ghiaccio, era palesemente impacciato, una situazione per lui nuova, che sfuggiva al suo controllo. Andando via, lei non prese neanche la rosa, insomma, una disfatta su tutta la linea. Il suo io razionale gli suggeriva di lasciar perdere, non ne valeva la pena, c’erano tante donne al mondo ma, rinunciare così, assomigliava troppo alla storia della volpe a proposito di una certa uva.
           Cercò di capire cosa gli stesse succedendo: possibile, si chiese, che tutta la sua razionalità e la sua sicurezza, fossero scomparse di colpo? Giunse all’unica conclusione plausibile, la sua parte d’irrazionalità si stava prendendo una grossa rivincita e dovette ammettere con se stesso, che, malgrado i suoi trentacinque anni, era innamorato, innamorato cotto e, per giunta, non corrisposto.
           Aveva bisogno di un periodo di riflessione per cercare di riprendere un certo equilibrio. Fece felice il grande capo andando dove nessuno voleva andare, in certi noiosi paesi arabi a visitare ricchi clienti altrettanto noiosi. Dopo quindici giorni, non ne poteva più, soprattutto della cucina che gli chefs, orgogliosamente e pomposamente, chiamavano internazionale, cioè una vera schifezza. Il tarlo, che lo rodeva dentro, non accennava a placarsi, anzi il desiderio di rientrare e rivederla aumentava sempre più.
               In ufficio era veramente insopportabile al punto che, una sua collega, gli chiese cosa avesse. Era la sua più stretta collaboratrice, una ragazza con un viso passabile ed il resto nascosto da abiti lunghi e larghi, scarpe in terra, insomma un po’ scialba ed insignificante ma, d’altronde, quel che contava era la sua efficienza sul lavoro.
              Una volta si era sfogata con lui, quando il suo ragazzo l’aveva lasciata, memore di questo fatto, le confidò le sue ansie e seguì i suoi consigli. Gravissimo errore, mai fidarsi delle donne in questo campo.
             La cosa che ingelosisce e stuzzica una donna, sentenziò, è vedere un suo corteggiatore uscire con un’altra, fai in modo che accada, in fondo cosa hai da perdere e soggiunse peggio di così…. e sorridendo ironicamente disse tra sé, non credevo che avesse anche un cuore.
                Bene pensò, la ragazza è la persona adatta, conosce la situazione, non è molto appariscente e quindi più credibile. Così telefonò all’ amico, che l’aveva messo nei “guai” pregandolo di organizzare un incontro.
              Dopo qualche giorno, lo chiamò dicendo di aver prenotato per un sabato, in un notissimo locale della Versilia, due tavoli ed aggiunse, ridacchiando, naturalmente il conto, questa volta, lo paghi tutto tu.
              La sera stabilita passò a prendere la collega, poco convinto ed anche pentito per la sceneggiata che si apprestavano a fare, temeva il “peggio” ma non sapeva quanto sarebbe stato "peggio”.Quando la vide rimase letteralmente sbalordito, quello che aveva sempre creduto un brutto anatroccolo era invece un cigno, abito da sera corto, generosa scollatura, tacchi altissimi, trucco e messa in piega che tradivano le svariate ore passate dal coiffeur. Con l’aria più innocente di questo mondo, facendo un giro su se stessa, gli chiese: “come mi sta il vestito?” Una serie di campanelli d’allarme risuonarono nella sua testa ma, ormai, era troppo tardi.
                La serata iniziò nei peggiori dei modi, si ritrovarono tutti insieme, ma lei non era sola, dopo un saluto di convenienza, ognuno si sedette al proprio tavolo.
               Inutilmente si ripeteva che, essendoci meno che niente fra loro, lei era liberissima di fare quello che voleva, ma vederla in compagnia di un altro, gli dava fastidio e non poco.
              I loro sguardi si erano incrociati più volte e lei, si interrogò, su quell’uomo, certamente interessante, che le faceva una corte discreta quanto insistente, ed ammise con sé stessa che non le era del tutto indifferente, ma le faceva un po’ paura, non voleva finire sulla sua agenda di lavoro, mescolata agli altri impegni, magari in coda a quella moretta.
             La giovane collega che, in cuor suo, si divertiva moltissimo a vederlo imbarazzato, pensò che se doveva fare la parte, ebbene, l’avrebbe fatta fino in fondo e non sarebbe stato male togliersi qualche sassolino dalla scarpa, per certe sue osservazioni sul lavoro, che non aveva ancora digerito.
            Quando si attenuarono le luci e l’orchestra iniziò a suonare quella musica attesa dalle coppie innamorate, si alzò e lo sospinse a ballare. Con aria falsamente seria cominciò a dirgli:” quanto ti devo stare vicina? Va bene così o di più? Ti devo appoggiare la testa sulla spalla? O forse è meglio che ti accarezzi la nuca?“
Era decisamente troppo.

            Da quel giorno fece la cosa migliore: snobbò tutti e si dedicò interamente al lavoro. Pensava, a malincuore, di dover archiviare l’episodio ed invece si sbagliava.
           Una sera, la dolce melodia della Rapsodia in Blu di Gershwin, fu interrotta dal trillo stonato del telefono, rispose piuttosto seccamente, ma... era lei che, con voce molto imbarazzata, gli disse:”sei l’unico che sia riuscita a rintracciare.” Si trovava, con la macchina in panne, in un’area di servizio, sull’ autostrada della Cisa.
             Il primo impulso fu quello di dirle:”chiama il carro attrezzi” ed invece le chiese “ma il tuo fidanzato non è reperibile?” Risata: “ma non sono fidanzata, sei tu che sei fidanzato!” “Io? Io no.” “ E quella moretta allora?”
           Non aveva una spiegazione plausibile da darle e non poteva certo dire la verità, così tagliò corto: nel giro di un’ora sono da te. Frustò a sangue i 260 cavalli del porsche e ci arrivò in 40 minuti, erano tempi in cui l’Italia era ancora un paese libero, niente sgherri di sindaci assetati di soldi dietro i cespugli, pronti a impallinarti con l’autovelox, nessuna telecamera per ficcare il naso nella tua vita. Il “Grande Fratello” doveva ancora nascere.
            Durante il tragitto, verso casa sua, lasciò che i cavalli della macchina si riposassero e si prese un po’ di tempo in più, il caso gli aveva dato una prova di appello e non voleva sprecarla. Così chiacchierando del più e del meno, ma con il cuore in fermento, ebbe la netta sensazione che il ghiaccio si stesse sciogliendo, infatti, al momento di salutarsi, lei gli dette un fuggevole bacetto sulla guancia, non era niente, ma gli provocò una scarica di adrenalina e lo indusse a sperare.
            Si rividero spesso ma lasciò che il tempo lavorasse per lui, capì che lei non cercava l’esteriorità che poteva offrirle e della quale, fra l’altro, non aveva affatto bisogno, cercava l’amore e voleva avere la certezza che fosse vero amore.
Una noiosa giornata estiva, diventò il “loro” giorno.

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Stanco di bivaccare sui lettini di un supersofisticato stabilimento balneare versiliese, infastidito da signore imbellettate ed imbalsamate, con mariti o amanti, più o meno commenda, sproloquianti sulle loro lucrose attività, in pratica dei parvenues, lanciò l’idea di passare la giornata in una spiaggia libera.
           L’accettare, con entusiasmo, di passare una giornata da sola con lui, le fece capire che le sue difese stavano lentamente cedendo, lo guardò con altri occhi e si chiese se fosse veramente l’uomo della sua vita, se fosse l’amore che cercava.
           Decisero per lo splendido golfo di Baratti sulla costa degli Etruschi tra Populonia e S.Vincenzo, in provincia di Livorno. In quei tempi, era poco frequentato, privo di comodità, ma con tranquille calette, una della quali li accolse.

          Davanti ai loro occhi, in un cielo azzurro screziato da bianchi cirri, si ergeva, antica sentinella, la rocca medioevale di Populonia, sovrastante un promontorio a picco su un mare blu intenso, un vero e proprio invito a tuffarsi nelle sue onde.
 

             L’acqua, scintillante per i raggi del sole, era così cristallina, che si azzardarono a gustare dei frutti di mare, raccolti lì per lì.
            Avevano, come per un tacito accordo, evitato di parlare di loro, una vacanza da tutto e da tutti, liberi da condizionamenti, godevano di quello che la natura offriva e così, tra un tuffo e l’altro, la giornata scorse via felice e spensierata.

           Sul tardo pomeriggio sentirono la necessità di fare una doccia, ma dove andare? La soluzione più ovvia era un albergo, che conosceva, a pochi minuti da lì o, in alternativa, a casa sua, ad una cinquantina di minuti.
         Non volendo sciupare la giornata e il rapporto, pazientemente costruito in quei mesi, con delle proposte, logiche quanto vuoi, ma male interpretabili, le disse: devi avere pazienza, per arrivare a casa tua, ci sono circa tre ore di macchina.
           Lanciandogli un’occhiata, che quasi certamente significava “o ci sei o ci fai”, rispose: perché, a casa tua no? Si meravigliò lei stessa di questa risposta, che le era uscita spontanea, quasi senza accorgersene e, durante il tragitto, si sorprese a pensare come sarebbe cambiata la sua vita.
           Entrando, in casa, lui si rese conto di quanto questa fosse triste e fredda, da tempo la gioia e l’allegria erano scomparse. Spalancò tutte le finestre, per fare entrare quanta più luce possibile, e giurò a se stesso di cambiare vita.
          Quel giorno conobbe l’amore, capì cosa fosse l’amore, niente a che vedere con l’amore da weekend, che il lunedì si dissolve nel vuoto, ma quello vero, il corpo e l’ anima di un uomo e di una donna che si fondono, con gioia immensa, in un tutt’ uno, in una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio: la grande rivincita dell’irrazionale sul razionale.
          Lei era entrata non solo nella sua casa e nella sua vita ma, soprattutto, dentro di lui e da quel giorno non ne è più uscita.
         Trascorsero dei mesi felicissimi. La sua casa, finalmente, risplendeva di luce e di gioia, come da molti anni non accadeva. Partirono per una lunga vacanza e, al ritorno, decisero di sposarsi, per fare felici i genitori di lei, ma non c’era alcuna necessità di farlo, non interessava loro firmare uno stupido contratto per sancire, per legge, quello che nessuna legge potrà mai imbrigliare: i sentimenti. Se qualcuno avesse domandato loro la data del matrimonio, avrebbero dovuto pensarci prima di rispondere ricordavano, come anniversario, quel giorno felice sugli scogli di Baratti.

Il fiore che non voleva sbocciare.

          Un matrimonio unico nel suo genere: lo parteciparono solo ai pochi familiari stretti e, ovviamente, ai testimoni, esonerando tutti dal fare regali. La cerimonia,di pomeriggio, fu brevissima e si concluse con un doveroso cocktail di scuse per gli intervenuti.

           Nessun viaggio di nozze perché erano appena tornati dalla “loro” vera luna di miele, insomma tutto solo per i figli.  Questo era il motivo per cui si erano sposati.
             Già i figli. Ma quali figli? Mese dopo mese, anno dopo anno: niente, niente di niente. 
           Era l’unica zona d’ombra nella loro vita, sorprendeva spesso sua moglie con gli occhi umidi di pianto e gli si stringeva il cuore.
            Si sottoposero a numerose visite mediche, anche umilianti, ma la risposta era sempre la stessa: non ci sono motivi per cui non possiate avere figli. E allora perché neanche un bambino?
             Dopo otto anni si era rassegnato e così pensava di sua moglie, ma una mattina lo chiamò al telefono in ufficio, eccitatissima gli grida:" Aspetto un bambino! Aspetto un bambino!" e soggiunse "E' stato il Papa."

            Non le credette e si lasciò sfuggire un battuta di pessimo gusto:" E’ stato il Papa? Non male come amante." “Più veloce della luce” gli arrivò una pesante considerazione sul numero e sulla qualità dei suoi neuroni e gli sbatté giù il telefono. Chiamò la suocera che gli confermò: "Si è vero, analisi e controanalisi" e aggiunse, con voce serafica: "finalmente ce l’hai fatta". Le sue parole assomigliavano molto ad un insulto, ma era un bel giorno e rinunciò a spiegarle quale fosse il suo pensiero sulle suocere, sicuramente non sarebbe mancata l’occasione. Felice, come non mai, con l’animo in subbuglio, fece recapitare a casa un mazzo di rose, comprò una bottiglia di champagne e volò da lei.

             Una cosa non gli era chiara: il ruolo del Papa. Poi si ricordò che, circa due mesi prima, era venuto nella loro città e sua moglie era andata a vederlo. Sicuramente, pensò, gli avrà chiesto la grazia di avere un bambino.

            Non credeva ai miracoli, però la coincidenza era strana e sua moglie divulgò questo episodio ad amici e conoscenti.

            A casa trovò a festeggiare la suocera, la cognata e l’immancabile tata. Aprì la bottiglia e fece per offrirne un bicchiere alla moglie: "Ma che fai? Sei impazzito?" Gli urlarono dietro: "Non sai che l’alcool fa male ai bambini…….."

           In quel momento gli fu chiaro cosa lo aspettasse negli otto mesi successivi.

           Fecero la felicità di tutti i laboratori di analisi della città e dintorni. Sua moglie, sempre intenta a leggere pacchi di riviste mediche sull’argomento, scoprì che esisteva un esame, la mappa cromosomica, praticamente l’antesignana del DNA, e volle fare anche quello. D’altronde l’ansia li attanagliava entrambi e la paura che qualcosa non andasse nel verso giusto era grande.
         Al momento del ritiro delle analisi il medico, un suo ex compagno di liceo, gli mostrò le tre mappe e cominciò una lunga dissertazione facendogli notare, con dovizia di particolari, come i suoi cromosomi e quelli della moglie fossero confluiti in quelli della figlia." E allora?" disse un po’ preoccupato. "No. Niente stai tranquillo, tutto a posto, è da più di quattro milioni di anni che i bambini nascono così, pensavi di essere originale?" Quando gli presentò la parcella capì perché si era tanto dilungato. Mentre usciva dallo studio il dottore, ridacchiando, aggiunse: "telefona al Papa e digli che non è sua figlia." Questa volta si prese un bel vaffa.

        Si, era una bambina che, ancor prima di nascere, aveva una collezione di foto da fare invidia a una top model, aveva perso il conto di quante ecografie avesse già fatto.
        Una sera, rientrando a casa, trovò la moglie piangente e le altre con facce lugubri, temendo il peggio, chiese cosa fosse successo. "Sono cinque ore che non la sento muovere" disse la moglie. Tirò un sospiro di sollievo e ridendo: "Ma guarda che sta dormendo e poi stamani sei andata a fare l’ecografia ed era tutto regolare."
           Non avrebbe dovuto pronunciare la parola ecografia. Saltò su la suocera: "Bisogna fare un’altra ecografia !" Le disse che intanto cenava e che poi sarebbe andato a letto.
"Ah! vorresti ammazzare mia figlia e mia nipote?" "No, solo la loro mamma e nonna " rispose. Intervenne la cognata:" Guarda che ti assumi tutte le responsabilità."
         Stava per mandarle a quel paese, quando la pugnalata alle spalle arrivò da chi non se lo sarebbe mai aspettato: dalla tata. "Ci hai messo ben otto anni per fare una bambina, vuoi rischiare per una stupida eco?" Discutere con quattro donne coalizzate è una battaglia persa in partenza, indossò la faccia di bronzo, riservata ai clienti speciali, e telefonò al ginecologo. "Ah ciao! è venuta tua moglie stamani, una gravidanza perfetta, vedrai tra una ventina di giorni una bella bimba…ma non te l’ha detto ?" "Si me l’ha detto, ma ora, ecco, vedi.."
         Fu molto carino a non mandarlo direttamente a quel paese e a non fare apprezzamenti, che mettessero in dubbio la moralità di tutti i suoi ascendenti di genere femminile. Disse solamente: "Ti do un consiglio: cambia macchina, ma questa volta comprane una che faccia l’ecografie ! Così la pianti di rompere i c.. a quest’ora !" E troncò la comunicazione.
         Dopo pochi minuti, forse aveva riletto il giuramento di Ippocrate o forse gli dispiaceva lasciare un amico in pasto alle belve, richiamò pronunciando un rassegnato: "Ok venite".
       La nascitura, come previsto, dormiva succhiandosi beatamente il pollice. Fu la rivincita:"L’avevo detto che dormiva!" Gongolava mentre il dottore strigliava a dovere le gentili signore.

       Dopo pochi giorni nacque la bambina ed in seguito non ebbero altri figli. Ogni tanto torna loro in mente quell’ episodio del Papa…chissà.











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